di Vincenzo D’Antonio da italiaatavola.net
Cantina Di Sica ha due sale. Graziosa quella interna, con delizioso soffitto a volte. Ben apparecchiati i tavoli e, cosa rara, tra loro ben distanziati. L’atmosfera è gradevole. La cucina, pur schernendosi da definizioni che ingabbiano, è molto più del territorio di quanto voglia far intendere Prima Vomero, poi Napoli. Così come si è prima vomeresi e poi napoletani.
Storicamente villaggio collinare a sé, dal centro storico ben distinto e separato dalla collina che, giammai casualmente, era chiamata la collina dei broccoli con quanto se ne evidenzia in merito alla fama di “mangiafoglie” che accompagnò i napoletani fino a due secoli fa. Il vomerese vive al Vomero e ogni tanto, al netto delle puntate quotidiane dal lavoro cagionate, benevolmente scende al centro. Poi risale e Vomero è, e Vomero sia!

Normale allora, che il luogo si dotasse di luogo di ristorazione atto a rendere autosufficiente il Vomero anche per i gourmet vomeresi. Ed a ciò provvede con mano sapiente, con tanta savia intelligenza e con la pazienza di chi sa vedere i tempi lunghi e sa senza ansia aspettare, il bravissimo Ciro Felleca, patron di questo storico locale vomerese dal 2006.
Due le sale. Graziosissima la sala interna, con delizioso soffitto a volte. Ben apparecchiati i tavoli e, cosa rara, tra loro sufficientemente ben distanziati. L’altra sala è ricavata da quello che tempo addietro, nelle abitazioni veniva denominato il “passetto”, ovvero sorta di ampio succedaneo corridoio. L’atmosfera è gradevole, il personale di sala è molto gentile e palesa appropriata competenza.
La cucina, pur schernendosi da definizioni che ingabbiano, è molto più del territorio di quanto voglia lasciare intendere. La parmigiana di melanzane è piatto di esemplare correttezza, con utilizzo della provola leggermente affumicata che dona la giusta texture alla pietanza. I piatti unici, che unici non sono per come ci si giova di una loro successione, sono saporiti e svegliano ricordi sopiti di quando il fast food non era stato ancora inventato e di quando il finger food era cibo quotidiano con il solo torto di non sapersi ancora definire così! E difatti, dopo l’assaggio di parmigiana di melanzane, si prosegue con il piatto dell’orto (Vomero collina dei broccoli, lo si era già detto): buona esposizione di verdure ben scelte e ben preparate e molto gradevoli al palato.
E poi, qui sulla collina, arriva il mare a tavola. Prima con un sontuoso fritto che altrove si sarebbe definito di paranza ma che qui si arricchisce anche di una piccola spigola, e poi con il piatto del pescatore, che a tavola arriva dentro scenico quanto funzionale pignatiello. È piatto che si compone in funzione del pescato, vivaddio, con presenza di pesci da zuppa, gamberi, ed il tutto in un suo saporito quanto non prevaricante sughetto reso attrattivo ancor più da crostini di pane.
La scelta dei vini è volutamente non sterminata ed è comprensibile la spiccata presenza di ottimi vini campani, tra i quali quelli di Nicola Venditti. I dolci sono fatti in casa e ben si lasciano accompagnare da vino passito. Il tempo scorre piacevolmente e le puntate al tavolo da parte del patron sono sempre garbate e opportune. È posto buono la Cantina di Sica: subito a proprio agio e ben consci che qui si tornerà sovente.

