di Massimo Piccolo
da “90 PASSI NELLA GASTRONOMIA NAPOLETANA”
Neapolis alma edizioni
UNA SERATA BLUES
Non c’è nulla da fare. Solo alcune zone di Parigi sono belle come la zona di via Luca Giordano in autunno. Forse lo è anche New York, ma non ci sono mai stato. Ė già sera, e camminando lungo il grosso marciapiede, con i rami quasi del tutto svestiti sopra la testa e le foglie sotto gli stivali, mentre panchine ascoltano innocenti promesse dalle coppiette strette dal vento, attacca il sax blue elettrico di Sergio Caputo.Ragazze sfilano veloci, borse della palestra. Un papà ancora incredulo Spinge il passeggino, la moglie al braccio.
Ė proprio una di quelle serate blue, se riuscite a capirmi.
A questa bella malinconia ognuno ama reagire in modo diverso, c’è chi ne ha paura e sceglie il caos, la movida, c’è chi l’asseconda e si fionda nel primo locale dove qualche bluesman è disposto a piangere tutta la serata su tre o quattro accordi. Ma in una sera del genere forse è meglio rallentare, assaporare i ricordi e le sensazioni che ancora si riescono a provare. Ancora pochi passi e c’è via Bernini, con l’ANTICA CANTINA DI SICA.
Dalla strada, l’entrata ti accompagna attraverso un corridoio sapientemente illuminato all’interno del locale. Ampio, tanto spazio per muoversi e per sedersi tranquilli, ma allo stesso tempo raccolto, grazie alle luci discrete. Il pavimento in cotto e le pareti chiare fanno alzare lo sguardo al soffitto che, meraviglia, è fatto da tre volte intervallate da tre archi, tutte d’autentici mattoncini (la costruzione sarà di un paio di secoli fa).
Alle pareti, mensole massello con tante bottiglie di vino a ricordare che nel lontano 1936 questo posto nasceva come piccola fiaschetteria. Il proprietario-oste del tempo, allora, per attirare e far sì che gli avventori si fermassero a bere di più, prese a preparare piccoli pasti da accompagnare al vino che spillava, e gli avventori, vuoi per l’atmosfera del posto, vuoi per la qualità del vino o del cibo, cominciarono ad arrivare numerosi. Tra loro molti artisti o affamati d’arte, alcuni famosi, come De Filippo o Marinetti (le loro dediche sono gelosamente custodite nell’altra sala del locale, dove si tengono simposi e degustazioni), altri forse solo meno fortunati, ma che qualcosa hanno comunque lasciato all’atmosfera di questa sera. L’idea di una cucina semplice e tradizionale è restata nell’intenzioni del direttore Ciro Felleca.
Qui la genovese ha tutto il suo senso: la carne, lasciata cuocere per ore nella salsa di cipolle arricchita con il classico soffritto, deglassato con un po’ di vino bianco, diventa tenerissima e succulenta, così da accompagnare, in uno dei piatti unici napoletani più antichi, i deliziosi maccheroni.
Da assaggiare poi l’ottina spigola in crosta di sale fino. Lo chef Ciro Iacovelli sta lavorando molto sui sapori di mare, provando a coniugare I sapori della tradizione con giusta dose di ricerca, e così sono nati, dopo alcuni tentativi e aggiustamenti i paccheri fagioli e gamberoni.
Ampia la carta dei vini con prodotti italiani e campani, soliti ma anche Ricercati, con una buona rotazione semestrale.
Altro punto forte del locale è il grande assortimento di dessert, sempre preparati dallo chef. Babà, tiramisù, pastiera, caprese e altri grandi classici della pasticceria napoletana. Ma in una sera come questa, per chiudere davvero in bellezza, c’è bisogno di un sapore antico e meno frequentato, la cassata napoletana infornata. Prima un bicchierino di vino alle mandorle. La cassata napoletana è solo una lontana parente di quella siciliana: tanto è allegra quella, tanto è riservata questa.
Pan di spagna, crema di ricotta e zucchero, un po’ di liquore, goccie di cioccolato, il tutto avvolto in una crosta di pastafrolla e poi cotto al forno. Deliziosa, calda, ricca e profumata come il ricordo della prima donna Che ti ha fatto impazzire.
“…e adesso chi ti ferma più
il resto come dici tu
il resto è solo jazz freddissimo…”¹
Appena fuori dal locale Sergio Caputo riprende a cantare. Ė tardi e comincia a piovere piano.
¹ da blu elettrico di Sergio Caputo tratto dall’album I love jazz del 1995





